Evitamento: quando protegge e quando limita la vita?
Tutti evitiamo qualcosa: una strada pericolosa di notte, un cane che ringhia o un investimento rischioso. In queste situazioni, evitare può essere una scelta utile, capace di proteggerci da un pericolo reale.
Il problema può nascere quando cerchiamo di evitare anche ciò che accade dentro di noi: pensieri, emozioni, ricordi e sensazioni corporee. In questi casi, una strategia che offre sollievo nell’immediato può finire per limitare la nostra vita.
Che cos’è l’evitamento
Nella tradizione psicodinamica, l’evitamento è stato interpretato come un meccanismo di difesa: Anna Freud lo considerava una manovra dell’Io. Nella prospettiva comportamentale e trans-diagnostica, che considera processi comuni a diversi disturbi, è invece una risposta appresa.
Quando un comportamento ci allontana da qualcosa di spiacevole e ci dà sollievo, tendiamo a ripeterlo. Questo processo si chiama rinforzo negativo. Nel modello ACT (Acceptance and Commitment Therapy), la domanda non è soltanto «Sto evitando?», ma anche «Che cosa sto evitando?».
Quando evitare ci protegge
L’evitamento è adattivo, cioè utile e funzionale, quando risponde a una minaccia esterna e reale. In questi casi presenta alcune caratteristiche:
- La minaccia è esterna: un’aggressione, una malattia infettiva, una truffa, un precipizio o un contratto non conforme.
- L’azione è proporzionata: mi allontano, chiedo aiuto o adotto precauzioni concrete.
- Il costo è contenuto e il beneficio è duraturo: aspettare 30 secondi anziché attraversare con il rosso protegge la mia vita.
- La scelta è coerente con i miei valori: evitare di guidare ubriaco tutela la mia vita e quella degli altri.
Per esempio, una persona che ha avuto un infarto evita di fumare e di consumare ogni giorno cibi ultraprocessati. In questo caso, modifica comportamenti concreti per proteggere la propria salute.

Quando evitare limita la vita
L’evitamento diventa disfunzionale quando tentiamo di controllare pensieri, emozioni e sensazioni con le stesse strategie usate per affrontare i pericoli esterni. Nell’ACT, questo processo si chiama evitamento esperienziale. Hays lo definisce come il tentativo di modificare le esperienze interne, la loro frequenza o la sensibilità a esse, anche quando questo comporta un danno per la persona.
L’evitamento esperienziale può assumere queste forme:
- L’esperienza da evitare è interna: ansia, tristezza, senso di colpa, il pensiero «Non ce la faccio», un ricordo traumatico o una sensazione di nausea.
- La strategia mira al controllo: sopprimo i pensieri, cerco di non sentire, chiedo continue rassicurazioni, rimugino nel tentativo di risolvere il disagio, uso sostanze o mi distraggo compulsivamente.
- Il sollievo è immediato, ma i costi emergono nel lungo periodo.
- Il comportamento mi allontana dai miei valori: per non provare la paura di ammalarmi, smetto di andare a scuola, fare sport o uscire.
La trappola sta proprio qui: per non provare disagio, rinunciamo a esperienze e attività importanti. Il sollievo a breve termine può così tradursi in una vita sempre più limitata.
Lo stesso comportamento può avere funzioni diverse

Nella prospettiva dell’ACT, non basta osservare che cosa facciamo: conta anche la funzione del comportamento. La stessa scelta può proteggerci da un rischio reale oppure servire a evitare un’esperienza interna.
Prendiamo, per esempio, la scelta di restare a casa:
– Se c’è un’allerta meteo per grandine di grandi dimensioni, resto a casa per proteggermi da un pericolo reale: l’evitamento è adattivo.
– Se non c’è un pericolo esterno, ma resto a casa per non provare l’ansia associata al pensiero «Il cuore potrebbe battere forte e potrei avere un infarto», la scelta serve a evitare un’esperienza interna: è evitamento esperienziale.
Quando l’evitamento diventa un problema
L’evitamento può contribuire alla sofferenza psicologica e a un disturbo quando diventa rigido e condiziona la vita quotidiana. Può presentare queste caratteristiche:
- È rigido e generalizzato.
- Non si adatta al contesto: continuo a evitare anche quando la situazione è sicura.
- Si accompagna a rituali: per sentirmi al sicuro devo controllare, lavare, chiedere rassicurazioni o rimuginare (componente del disturbo ossessivo-compulsivo, DOC).
- Rafforza un’immagine rigida di sé, chiamata Sé concettualizzato: «Sono una persona malata, ansiosa o debole, quindi non posso…».
Dall’evitamento alla flessibilità psicologica
L’ACT non mira a eliminare ogni forma di evitamento, ma a sviluppare flessibilità psicologica: la possibilità di fare spazio alle esperienze interne e agire in direzione di ciò che conta.
La distinzione, quindi, non è tra evitare sempre e non evitare mai. È tra le scelte che ci proteggono da un pericolo reale e quelle che, per sottrarci al disagio, ci allontanano dalla vita che desideriamo vivere.
